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PAOLO DALLA SEGA

Paolo Dalla Sega è docente universitario e ideatore di eventi culturali tra i più importanti del sistema culturale italiano.

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“Ho sempre partecipato a gruppi di lavoro, con tanti compagni, anzi, maestri. Il percorso è stato molto libero, tra peripezie e passioni”. Non si può che rimanere affascinati da Paolo Dalla Sega. Leggendo questa intervista, vi si colgono, quelli che sono i punti di forza e di debolezza di una professione, che è difficile definire in una “vecchia” società quale quella italiana; ma il cui obiettivo finale è trasformare idee in realtà, privilegiando “un forte eclettismo di linguaggi e culture meticciate”.

In cosa consiste il suo lavoro?

Semplificando un po’ direi che consiste nel progettare azioni culturali che via via possono prendere il nome di eventi (a questa parola in effetti sono un po’ affezionato), manifestazioni (pure a questa), iniziative, progetti, programmi, interventi, produzioni… In ogni caso, trasformare idee in realtà ma sempre in una dimensione collettiva e pubblica e attraversando, anzi, vivendo, un forte eclettismo di linguaggi e culture meticciate. Con una curiosità sempre accesa, quindi, dentro la cultura e le arti in tanti suoi mondi; ma anche dentro le città e i loro abitanti, tra paesaggi, patrimoni, storie e desideri.

Qual è stato il percorso che l’ha portata a diventare ideatore di eventi importanti?

Ho sempre partecipato a gruppi di lavoro, con tanti compagni, anzi, maestri. Il percorso è stato molto libero, tra peripezie e passioni, seguendo appunto curiosità ed istinti. Non lo raccomando (anche perché il mondo è cambiato) ma lo racconto. All’epoca non esisteva una specifica formazione su questa idea di “fare cultura”, né universitaria né post. Parlo dei tardi anni Ottanta. Arrivavo a Milano da una provincia vicina e lontana, per certi versi estrema, come il Trentino, e già questo scambio mi pareva fertile e creativo in sé; non avevo scelto né un’università né una facoltà ma una città, un ambiente fisico ed umano che fosse il più possibile diverso e nuovo per me. Probabilmente, senza rendermene conto, cercavo contrasti e magari anche difficoltà, anche se devo dire che Milano si rivelò accogliente; allora mi sembrava una città che “aspettava” le persone, e dove le persone esterne potevano aspettarsi qualcosa – non so dire se è ancora così, ma questo non vale soltanto a Milano.
Mi ritrovai a studiare filologia e linguistica, coltivando un’attenzione per le parole, i testi, le scritture (anche dei progetti, poi), e insieme scoprii il teatro, un certo teatro che “usciva dalla sala” per conquistare piazze, scene urbane. Si chiamava Crt e lo dirigeva Sisto Dalla Palma, col quale poi mi laureai in Cattolica, discutendo una tesi sulla scena festiva nelle città d’Italia tra anni Settanta e Ottanta.
Già lavoravo, con lui, col suo teatro e nella mia città – rinascevano i “carnevali” tra le montagne arcaiche del rito e la scena urbana contemporanea – e la tesi tutto sommato raccontava, spiegava, rifletteva su questo lavoro. Devo ammettere, c’era della pigrizia intellettuale un po’ autoriferita, ma anche la voglia di fare e riflettere insieme.
Con Dalla Palma conobbi Monica Maimone e Valerio Festi, che poco prima avevano fondato una “ditta” che voleva praticare nel mondo la scena festiva d’impronta italiana, rinascimentale e barocca e insieme iniziammo a girare l’Italia e poi appunto il mondo, da oriente a occidente; con mia grande passione e convinzione, per me, almeno fino all’inizio del terzo millennio. E per ora fermiamoci qui, la domanda mi pare fosse sull’inizio, no?

Cos’è un evento?

È una luce che s’accende in una bella piazza, in un giorno speciale, con tante persone che corrono a sentire, a guardare, a “esserci”. Prima che accada lo attendi, poi lo ricordi. Fuori dalle metafore, mi rendo conto che uso poche parole e ripeto gli stessi aggettivi: bello, grande, tanti, molti…
Ma questo ho in mente, poco altro che non sia così immaginifico. Accensioni, attese e memorie; convocazioni in un “centro” di spazio e dentro questo centro nuove relazioni tra persone che alzano lo sguardo verso “cose” (immagini, gesti) più grandi di loro.

Come lo si progetta?

Io credo che sia sempre prioritaria l’interpretazione del tempo e dello spazio in cui si lavora, e quindi in chi vuol fare questo lavoro devono emergere doti di curiosità, sensibilità, capacità di ascolto e lettura di una città. Coglierne le domande, le questioni, i dubbi, per poi arrivare a idee, trame, scenari di un “racconto di immagini” da mettere in scena, o in mostra (per semplificare) e tradurre in realtà. La realizzazione, è un processo abbastanza complesso di pianificazione di risorse (umane, tecniche, finanziarie) dentro un ciclo di vita con inizio e fine, ma il primo passo è una vera propria “drammaturgia”, cioè una scrittura di azioni, cose, relazioni e rappresentazioni – tra persone e persone o tra cose e persone – sempre “in presenza”, in questo senso sempre “dal vivo”. La vera qualità è saper stare “tra”, nelle soglie o interstizi: gli eventi, in fondo, non si fanno mai da soli, cioè solitariamente o individualmente; nel senso che più di altre produzioni necessitano di tanti contributi e di tante teste.
Più in generale, si sente la necessità di essere contemporanei più che genericamente “creativi”: essere nel nostro tempo e assorbirne linguaggi, simboli, segni, e quindi trasferirli in questo racconto, in una narrazione che conosca i codici pubblici, che possa arrivare a “molti” se non a “tutti”; come nelle antiche feste e celebrazioni, che per me continuano a essere una valida matrice ed ispirazione, anche se la nostra società è scuramente secolarizzata e deritualizzata.

Quali sono a suo avviso gli eventi culturali di maggior interesse presenti in Italia?

A me pare che la formula “festival” abbia ancora qualcosa da dire. La programmazione di tempi e spazi straordinari, una volta l’anno in singole città che diventano piazze del sapere o delle arti, radunando pubblici estesi e nuovi attorno ad “autori”, a parole alte, almeno nelle aspettative.
C’è sicuramente un eccesso, una saturazione, una creatività anche buffa nell’inventarsi sempre nuove discipline o parole chiave o titoli cui dedicare appunto il tal festival nella tal città (da “felicità” a “inquietudine”, ad esempio), a volte trasferendo gli stessi ospiti e magari gli stessi interventi… pare una compagnia di giro, un grande talk che anziché gli studi televisivi occupa piazze medievali e rinascimentali nella bella stagione. In ogni caso a me questa abbondanza sta bene. Anche la storia d’Italia delle “cento città” è la storia di un policentrismo sempre “abbondante” e caratterizzato dal “troppo” di tutto.
I cittadini si riprendono le piazze e le città sono “più città”; la cultura e le idee vivono e si diffondono così; se si tiene abbastanza alta l’asticellla della qualità, e magari si cerca di ovviare in qualche modo ad una ripetitività di relatori da una città all’altra, continuo a trovarla una crescita. Ma non c’è solo questa dimensione. In genere lo statuto dei festival è una forma ibrida, un flusso in cui si possono inserire linguaggi e codici davvero contemporanei, dentro un contenitore che a sua volta può essere un medium: penso a certi festival musicali, di live media, di performing art che si spostano verso il visuale e l’audiovisuale (o viceversa situazioni d’arti visive che curiosano nel mondo del live act).
La mobilità di questi progetti e di chi li cura: questo mi pare importante e da sostenere. Può anche darsi che siano isole, frange marginali e tutto sommato deboli, ma mi pare che qui ci sia molta creatività, anzi contemporaneità, noi abbiamo bisogno di queste antenne capaci di cogliere ed esprimere segnali di cambiamento e qualcosa del mondo che sarà, più e meglio di tante istituzioni della cultura, che hanno altre funzioni e però sono distanti, troppo distanti da tutto questo “muoversi”. E in questa distanza c’è del lavoro da fare.

Quanta reale innovazione può essere oggi ritrovata negli eventi progettati.

Forse ho già risposto, forse aggiungo qualcosa tornando – scusate – a racconti autobiografici. La parola evento è in crisi: tutto è “evento”, e quindi nulla, nulla di consapevole e sensato. Abbiamo un modello di eventi “sensati” e “collocati” (necessari o quanto meno utili ad una società) ma la realtà che ci circonda offre altri eventi, troppi eventi che addirittura tolgono valore e peso a questa parola. E’ una riflessione che ho iniziato a fare da qualche anno, esaurendo un “percorso”, diciamo così, che mi aveva portato lontano, con le persone citate ed altre: dopo grandi esperienze italiane negli anni Novanta dei “nuovi sindaci” (soprattutto Bologna, Napoli, Palermo e Catania), avventure dal Giappone alla Cina (feste della luce, spettacoli di festa), poi in Sudamerica (rappresentazioni a cielo aperto nelle piazze) e infine un evento clou come la cerimonia olimpica di Torino 2006, nel team di Marco Balich.
Personalmente, e ne parlo perché forse è condivisibile, ho quindi sentito l’esigenza di lavorare su tempi più lunghi, di progettare e realizzare eventi che fossero sì accensioni, ma di qualcosa che fosse destinato a durare, quindi che si aprissero cicli lunghi, continui, istituzionali e fondamentali, dunque interventi nel profondo di una città, politici cioè “per la polis”.
I grandi eventi o le grandi feste, quando va bene, durano tre anni; poi la luce s’affievolisce o è ora di passar la mano ad altri facitori, teste nuove e stimoli diversi. Io mi rendevo conto che tre anni sono pochi; si vuol “fare il botto”, come si dice – e una certa committenza proprio questo botto ti chiedeva –: ma che c’è, che cosa rimane prima e dopo il botto, fuori dal recinto di una piazza? Anche la crisi (la crisi soprattutto di risorse pubbliche) ha aiutato questo percorso appunto critico. I festival di parola sono una prima risposta, hanno una semplicità produttiva (e tutto sommato una intrinseca economicità) che li rende più sostenibili e più coerenti a una fase diversa in cui rimane l’esigenza di accendere una città una volta l’anno, ma attraverso una modalità festiva meno eclatante e stupefacente, più vicina al prima e al dopo di questa “luce”, e fatta, per dire, di persone che parlano e persone che ascoltano.
La latitanza del soggetto pubblico ha anche dato spazio a tanti, frammentati soggetti marginali, come dicevo, a volte invisibili ma importanti nel dare spazio e tempo a tante “città” che altrimenti rimarrebbero invisibili.
In generale, a me è capitato di riflettere su tutto questo, anche perché dieci anni fa l’università (la stessa Cattolica da cui ero uscito) mi ha chiamato a insegnare questo “fare”, e dunque è stato naturale ripensarlo, criticarlo, analizzarlo per poterlo trasmettere nella maniera migliore.
Quindi, anche tornando ai miei interessi personali, ora mi convince una progettualità più estesa e dentro le città e i loro patrimoni, i tanti beni culturali in cerca di “divulgazione”, ad esempio - e allora serve “accenderli” ma soprattutto tenerli accesi, le inaugurazioni ma anche le manutenzioni, si diceva un tempo -; oppure i progetti di riflessione e ripensamento collettivo nell’ottica di piani di politica culturale e sociale partecipati e condivisi. Ecco, ora mi piace pensare che gli eventi, le “convocazioni” pubbliche siano funzionali a questi disegni, a queste strategie, per di più in contesti di crisi in cui per forza si torna ai fondamentali. Continuo a lavorare per le persone e tra le persone, ma con una funzione di respiro più ampio e al tempo stesso più al centro della città.

Lei è anche docente universitario. Come vive questa duplice veste professionale?

Sì, come dicevo questa duplicità è utile perché ti costringe a riflettere, a selezionare, a scegliere ad esempio che cosa trasmettere di un mondo di valori, messaggi, tecniche. Si sarà capito, io non mi sono formato scientificamente ma sul campo.
In quegli anni non esistevano, ad esempio, corsi di laurea magistrale in Comunicazione e organizzazione degli eventi, oppure in Economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo, o master in Ideazione e progettazione di eventi culturali.
A queste ibridazioni arrivavi dopo percorsi più puri e lineari, anche poco ortodossi (addirittura la filologia, per me) ma sulla forza di passioni forti che diventavano esperienze intense, anche di semplice e curioso spettatore o visitatore; e perlopiù ci arrivavi con la pratica. Io ho imparato tantissimo facendo i budget, anzi i preventivi di grosse produzioni, a cambiarli mano mano che l’iter procedeva, e ho imparato a trattare i contenuti di quelle produzioni, e a pensare meglio i contenuti delle produzioni successive; ho appreso tanto lavorando all’estero, “comunicando” a persone e società diverse i messaggi e le intenzioni di progetti concepiti in Italia; ho imparato a gestire sul campo gruppi di lavoro complessi in situazioni imprevedibili…
Non voglio eccedere in autocritica, ma ho qualche dubbio sulle capacità degli ambienti universitari di fornire questa preparazione tutta empirica su qualcosa che si impara facendolo.
Ora le università – tutte, direi – si sono “buttate” su questi intrecci, su queste applicazioni, in un’ottica professionalizzante che secondo me bisognerebbe un po’ rivedere; non credo, ad esempio, che questa mono-direzione debba ispirare interi percorsi quinquennali. Siamo sicuri che questo “universo” meriti cinque anni di studio e ricerca?
Nel frattempo, l’effetto è che una moltitudine di neolaureati “del ramo” cerca di entrare in un mondo che s’è ristretto, per una crisi di committenza, di occasioni, di risorse soprattutto pubbliche ma anche private.
Insomma, per me è utile e interessante insegnare, è una bellissima occasione per riflettere e soprattutto confrontarmi con nuove generazioni; ma devo ammettere che mi pone qualche serio interrogativo, anche di coscienza.

L'Italia sembra essere la patria dei Festival visto il loro numero. Crede sia un modello destinato a durare?

Credo che i festival si ridurranno perché le risorse pubbliche per la cultura si sono ridotte, gli amministratori dovranno scegliere, dare “un taglio” anche nel senso di una loro interpretazione, versione, idea di cultura e di politica culturale, di promozione culturale. O l’evento – chiamiamolo pure festival – diventa funzionale a un progetto più ampio, ad attività e azioni di sviluppo con dei criteri di continuità e istituzionalità, cioè diventa parte di una strategia riconoscibile e condivisibile, dentro una rete e un sistema; oppure rimane per così dire “isolato”, si pone al di fuori e straordinario, sì, ma in senso non positivo; e rischia di soccombere nel momento in cui il taglio si trova a privilegiare, in maniera abbastanza naturale, i processi fondamentali della costruzione culturale di una comunità.
Il buono della crisi, se vogliamo trovarlo, è che costringe anche drammaticamente a ripensarsi.

Alla luce dei continui tagli operati alla spesa pubblica, ritiene sia necessario ripensare l’intero sistema di produzione e finanziamento degli eventi?

Ho poco da aggiungere. Se non che una certa creatività o progettualità nei moderni ideatori di eventi deve orientare anche il rapporto con i privati, una volta chiamati partner o sponsor. Esiste la strada della co-creazione, in sostanza elaborare progetti e anche contenuti insieme ai privati che si vogliono aggregare come sostenitori o, a questo punto, co-produttori. E’ una strada non priva di rischi, ma personalmente la trovo interessante se vale il rispetto dei ruoli e delle competenze, una sana relazione di fiducia.
Gli operatori culturali devono fare molti passi nell’apprendimento di metodi di progettazione economicamente sostenibili, dando però il giusto significato a questo concetto: la sostenibilità economica della cultura – soprattutto di certa cultura più “disinteressata” e libera, e aperta al nuovo – è una sostenibilità relativa! Altrimenti, non esiste nulla di sostenibile. Gi interlocutori di questi soggetti possono a loro volta incontrarli meglio e con più ascolto, a partire da una idea di valutazione della cultura (eventi compresi) che non si basi più su restituzioni soltanto numeriche, ma sull’attenzione a globali qualità della vita e complessivi e progressivi capitali di una società. La cultura è sviluppo, e a sua volta lo sviluppo non è misurabile soltanto economicamente. Perché, citando a memoria una breve frase dall’ultimo libro di Richard Sennet: “la vita non è un libro mastro!”

A proposito di letture, qual è l’ultimo libro che ha comprato?

Per lavoro, diciamo così, ho letto Nussbaum - regalo di Natale - e ho comprato poco fa "Insieme", l'ultimo di Sennett, e l'ho comprato proprio alla presentazione con l'autore in Cariplo, a Milano; mancava poco che mi facessi autografare la copia. Però mi ha fatto venir voglia di rileggere Montaigne. Ma è così coi libri, no? Sono catene che collegano ad altri libri, ad altre storie. Invece ho visto "Cosmopolis" di Cronenberg e mi ha tolto la voglia di leggere il libro di De Lillo (nonostante tanti consigli che per fortuna ho poco ascoltato); e certi film italiani mi han fatto leggere ( e meno male) "Senior Service" di Feltrinelli e la "storia" di di Licia Pinelli. Sono stato anch'io rapito da Elizabeth Stourt, e mi ha proprio commosso "Novembre alle porte" di Potok.

Resta un affezionato del libro stampato o legge anche e-book?

Non ho mai toccato un e-book, ma ovviamente non lo escludo; mai dire mai. In treno, in aereo, in giro ne vedo tanti, ci sarà un motivo. Mi hanno detto che così si legge di nascosto, nessuno capisce cosa stai leggendo ed è difficile sbirciare. Mi piace toccare i libri, farci le orecchie, annotare qualcosa a matita, andare avanti e indietro e tenere il segno con le dita; mi piace la carta, l'odore, tutte queste cose forse superficiali, ma è la verità. Ad esempio, a volte scelgo i quotidiani dal loro odore, ce n'è uno che proprio non sopporto e quindi compro l'altro. Credo che finirò col rinunciare ai giornali prima che ai libri.

Ci dà una definizione di creatività?

C'è molta creatività nel definire o nel voler definire la creatività, secondo me è una delle domande più ricorrenti in un certo tipo di interviste. Quindi ci sono tante risposte, spesso le riprendo e le faccio mie. Le rubo, in sostanza, visto che non mi piace definire (o "finire) le cose che amo e le idee in cui credo. Quando ci si scambiano due idee e alla fine ognuno ha due idee, e non soltanto una come prima dello scambio; allora c'è creatività. Quando il nuovo è utile, e viceversa - questa la sento spesso e penso che sia un "classico". Alla fine mi interessa lo scambio, e in questo senso l'utilità, se non la necessità; o quella particolare utilità rituale dello "spreco" assoluto e straordinario, della dissipazione, appunto dello scambio simbolico. Qualcosa che faccia alzare o rialzare lo sguardo, diciamo; che sia sempre più grande di noi che stiamo a guardare. Il cambiamento di visione, addirittura il rovesciamento (specchio, capriola, giostra, ognuno si scelga il suo simbolo).

Cosa la affascina maggiormente del suo lavoro?

Le persone. Stare tra le persone, lavorare tra le persone, con e per le persone. Scoprire le persone e far scoprire loro altre, nuove persone. Lo dico un po' ossessivamente, per farmi capire. Qualunque iniziativa mi trovi a realizzare, a me piace una dimensione in questo senso teatrale, intimamente, di presenza e relazione tra persone in un luogo e un tempo - quando qualcosa, anzi tutto, accade. Mi affascina il lavoro collettivo, anche nelle fasi preparatorie, progettuali, di ricerca di risorse, di organizzazione e naturalmente di rapporto col pubblico: far incontrare le persone anche più lontane e diverse. Al limite anche scomparendo in un'invisibilità di meccanismo, di apparente naturalezza. Sei quello che ha posto le condizioni di certi incontri, e poi te ne vai, e chi si sta incontrando, felicemente, può anche non accorgersi, non ricordarsi più di te, che sei da un'altra parte a pensare e fare dell'altro; ma la sua felicità è "naturalmente" la tua. Spesso si parla di comunicazione, no?, e anche questa è una parola che s'è indebolita; ma se torniamo ad avvicinare la comunicazione al trasporto, direi, al trasporto anche fisico, torna evidente questa dimensione antica per cui lavorando avviciniamo le persone. Anacronistico? Forse. A volte il fascino è nelle cose che stanno scomparendo. Ma a me pare che non abbiamo perso questo desiderio di "noi".

 

 

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E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 


Intervista: Vincenzo Violi
Soggetto: Paolo Dalla Sega
Luogo: Milano
Foto: Carla Sedini
Web: Paolo Dalla Sega

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Commenti  

 
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