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MASSIMO FANELLI

Massimo Fanelli, attore, regista e manager dello spettacolo. Voce nuova e innovativa del panorama culturale italiano.

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Attore, regista, manager e promotore culturale. Massimo Fanelli è una figura complessa e nuova del panorama culturale italiano. Profondo conoscitore del “sistema teatro” è uno di quei creativi che innovano i settori in cui operano e di cui l’Italia ha estremo bisogno. Sono spesso giovani che pur stando fuori dai sistemi di potere si muovono con competenza all’interno di un mondo, quale quello culturale, che necessita di idee e gente nuova che possa contribuire attivamente alla creazione di ricchezza nazionale. Massimo ha le idee chiare e una vision da leader di settore: “ogni epoca ha il suo teatro e la sua arte… Non è il problema del pubblico che cambia, ma del Teatro che deve cambiare insieme al pubblico”. Andy ha aggiunto una nuova voce che vale la pena di ascoltare…

Ciao Massimo, la tua è una figura in bilico tra l'essere artista e manager...

La mia figura è in bilico e basta! (ridiamo). Scherzi a parte, sì è vero. La prima attività è la mia inclinazione naturale e l’ho sviluppata all’Università e in Accademia a Milano con importanti maestri. La seconda, invece, mi è stata insegnata in un Master europeo di Management dello Spettacolo. Conciliare queste due attività è molto difficile, ai limiti della schizofrenia quasi! Ci sono davvero molte pulsioni contrastanti tra questi due mondi. Certo, il buon senso aiuta a equilibrarle. Ciò che mi ha spinto a intraprenderle insieme è che fondamentalmente sono un tipo molto curioso, mi ha sempre attirato l’idea di conoscere a fondo e in maniera così trasversale il mondo in cui lavoro.
Nella storia dello Spettacolo ci sono altri casi di artisti-manager, e si è detto che un artista non possa reggere più di 3 anni questa vita… non so, io ho da poco superato questa soglia, vediamo che succede!

Quanto è importante oggi essere autonomi nella capacità di stare sul mercato proponendo i propri spettacoli?

Mah, è fondamentale direi. Qui, però, si scoperchia il Vaso di Pandora. La vera domanda è “in cosa consiste la capacità di stare sul mercato”.
Mi spiego meglio. L’industria dello Spettacolo è composta da Artisti, Teatri e capitali da investire che possono provenire da Pubblico e Privato. Il collante tra questi “attori in gioco e che rende possibile l’esistenza stessa del Teatro, è il Pubblico.
In maniera molto sintetica, la capacità di stare sul mercato coincide con la capacità di una Compagnia di individuare e conoscere il Suo pubblico in modo da creare prodotti adatti a richiamarlo.
Il problema fondamentale e annoso è che, nella maggior parte dei casi, la capacità di stare sul mercato non coincide con il “fare arte” intesa in maniera parnassiana. Quindi, lasciando stare gli artisti già famosi che possono permettersi di fare quello che vogliono, una Compagnia giovane e con poche risorse, dovrà prendere una posizione riguardo a questo problema se vorrà prendersi la sua fetta di mercato. Gli elementi che giocano all’interno di questo campo sono i più vari e il modo in cui vengono fusi determinano la caratteristica specifica di ogni Compagnia. Quanto più interesse questa caratteristica specifica susciterà nel pubblico, tanto più sarà forte la capacità di stare sul mercato della Compagnia stessa.
Personalmente cerco sempre, come mi suggerì una volta il grande Pietro Garinei, di partire da un’idea creativa e di modularla tenendo presente tutte le esigenze in gioco, per arrivare a un prodotto bilanciato che possa avere un fascino non solo per la fetta di pubblico a cui si rivolge ma anche per un pubblico più ampio.

Molte Compagnie di teatro sono in crisi, quali sono secondo te le ragioni e cosa bisognerebbe modificare del sistema?

La ragione di questo fenomeno riguarda tutti e tutti dovrebbero rimettersi in discussione per il bene comune.
I Produttori non hanno grosse colpe e fanno il loro mestiere. Hanno dei soldi da investire e tentano di farli fruttare al meglio. Certo, se ogni tanto rischiassero un po’ di più, ci sarebbero più possibilità per tutti.
Se i teatri pubblici finissero di essere politicizzati e i teatri privati abbandonassero la politica degli affittacamere, la situazione si farebbe sicuramente più leggera per le Compagnie che, così, potrebbero pensare a investire negli spettacoli.
Critica e Stampa – soprattutto quelle finanziate con soldi pubblici – dovrebbero rivedere il proprio ruolo e le proprie responsabilità, cercando di parlare non solo dei grandi nomi ma anche di realtà sconosciute in modo da portarle a contatto con la massa. Gli artisti dovrebbero uscire da quel luogo comune che ogni cosa che è commerciale non può essere anche fatto artistico. Dovrebbero, insomma, uscire dal discorso del fare arte per sé stessi o per gli addetti ai lavori. Questa è una pratica che allontanerà sempre di più il pubblico dal teatro, relegando quest’arte a una frequentazione intellettuale o, peggio, autoreferenziale.
Purtroppo la maglia nera di questo sistema va al Pubblico che avrebbe il potere – perché fuori dalle logiche di mercato – di finanziare produzioni realmente artistiche ma che, molto spesso, finisce rincorrendo anche lui il successo facile per logiche d’immagine o, peggio, di favoritismi personali. Ma prima di riformare la politica bisognerebbe riformare gli uomini che la fanno, e questa è una scelta che può riguardare solo loro e la loro coscienza.

Quello dei Teatri è un pubblico instabile che cambia continuamente...

Il teatro è per sua natura effimero e ogni spettacolo cambia ogni sera insieme al pubblico che lo vede. Ogni bravo attore, nei limiti della griglia registica, sa modulare la sua parte a seconda del pubblico che ha di fronte per fare arrivare al meglio il messaggio del proprio personaggio. E’ come un gioco. Non a caso in molte altre lingue non si dice recitare ma giocare.
Questo è il limite e, insieme, la magia dell’atto teatrale, che non può essere superato da nessun’altra arte. Ed è per questo che il teatro, nonostante tutte le sue crisi, esiste e resiste da millenni.
Oggi, purtroppo, il pubblico non sembra più divertirsi e riconoscersi nel Teatro. La maggior parte dei ragazzi, ad esempio, lo pensano come un luogo polveroso, noioso e “pesantemente” culturale. Questo perché ogni epoca ha il suo teatro e la sua arte e, giustamente, la contemporaneità ha bisogno del “suo” Teatro. Non è il problema del pubblico che cambia, ma del Teatro che deve cambiare insieme al pubblico.

Come nasce uno spettacolo teatrale?

Uno spettacolo teatrale può nascere da tre differenti ragioni. La prima è che te lo commissionano. La seconda è che c’è un testo che ti ispira e che senti la necessità di mettere in scena. La terza ragione che ti spinge a creare uno spettacolo - questa volta con una drammaturgia originale - è che c’è un tema, un concetto, un messaggio che senti talmente urgente da avere un bisogno fisico di comunicarlo e condividerlo con gli altri. E’ un po’ come essere innamorati. Non sai bene perché, ma sei totalmente preso dall’esigenza di condividere questa “scoperta” con qualcuno. L’atto teatrale nasce da questo forte impulso invisibile – e un impulso identico sta alla base della recitazione – che, a seconda delle varie realtà, viene poi sviluppato in differenti modi.

Nel 2008 hai fondato il CIAC. Quali sono i suoi obbiettivi e come opera?

CIAC è l’acronimo di Centro Internazionale Arti Contemporanee ed è un progetto che si pone come obiettivo la creazione di uno spazio creativo in cui possano coesistere e collaborare varie arti –Teatro, Video, Musica, Arti Figurative e Fotografia – e artisti differenti sia per nazionalità sia per esperienze. Il progetto teatrale e artistico del Centro consiste nel raccontare storie che diano voce ed espressione a temi contemporanei di forte impatto sociale, svelando e mettendo in luce la vita dei nostri giorni e dando al pubblico un’arte contemporanea che sia, empaticamente, il più condivisibile possibile.
Attualmente, il Centro è composto da dieci artisti per la maggioranza al di sotto dei 35 anni che hanno già lavorato insieme in passato. Attorno al nucleo base ruotano una trentina di artisti che collaborano in base alle necessità dei progetti.

Come si distribuisce uno spettacolo teatrale?

Per distribuire uno spettacolo, invece, ci sono delle società di distribuzione che vedono lo spettacolo e che, se gli piace, tentano di distribuirlo attraverso i loro canali. Poi ci sono le conoscenze personali che, nella stragrande maggioranza dei casi, aiutano molto.

Quanto è importante la creatività nel tuo lavoro?

La creatività è fondamentale. Senza creatività non esisterebbero le idee e non esisterebbe neanche l’arte. In realtà non esisterebbe nulla senza creatività. Tuttavia, in campo professionale, la creatività cieca e fine a sé stessa non porta da nessuna parte e, anzi, finisce col bruciare chi la possiede. Per questa ragione la creatività deve essere sempre guidata e indirizzata da un’idea programmatica che la riesca a canalizzare nel modo migliore verso il suo scopo, che è sempre quello della comunicazione. Tutto il resto è ricerca su se stessi, arte-terapia o dilettantismo.

Quali caratteristiche deve avere un buon attore?

Essere curioso, umile, ironico e deve sbarazzarsi, al più presto, del proprio Ego.

Come si può innovare oggi il “sistema teatro” in Italia?

Il sistema teatro in Italia non funziona perché nessuno, a parte poche eccezioni, vede in lui un’industria in grado di produrre ricchezza. E’ diventato un settore tenuto in piedi dall’assistenzialismo. Per questa ragione, secondo me, bisognerebbe prima di tutto eliminare completamente i finanziamenti pubblici a tutti e, se mai, ridurli alle pure spese vive dei luoghi e della comunicazione. Anche se sembra un ulteriore colpo alla cultura in realtà si obbligherebbe il sistema a riformarsi e a risanarsi da solo. Le realtà parassitarie, invece, giustamente verrebbero a mancare.
Dall’altra parte, però, allo stesso tempo bisognerebbe introdurre delle misure di defiscalizzazione serie per chi volesse sponsorizzare o investire nel settore culturale. Bisognerebbe, inoltre, abbattere la pressione fiscale, soprattutto per quanto riguarda l’impiego di fattori produttivi, beni e lavoro. Non da ultimo bisognerebbe riformare completamente il mondo dei contratti di lavoro che non rispecchiano minimamente le esigenze reali del mercato. Ah, e semplificare al massimo la burocrazia perché è arrivata a dei livelli da manicomio. Ovviamente, io non sono un esperto economista o giuslavorista ma mi sono ritrovato sul campo a lottare con queste difficoltà e sono sicuro che, se si modificassero, qualcosa si innoverebbe in Italia.

Che libro stai leggendo?

“The white tiger” di Aravind Adiga.

Cosa contiene il tuo mp3?

Eh, tanto! Rem, Counting Crows, Damien Rice, Radiohead, Ben Harper, Pearl Jam, Battiato, Bruce Springsteen, Cake, David Bowie, Dire Straits, Elisa, Ellioth Smith, Fiona Apple, Gianmaria Testa, Bregovic, Giovanotti, Jack Johnson, Green Day, Keith Jarret, Lou Reed, Tom Waits, i Nirvana, i Pink Floyd… Jeff Buckely l’ho già detto? E poi tanti grandissimi italiani come De André, Lucio Dalla, Battisti, De Gregori, Bersani, Cammariere, Rino Gaetano… poi musica classica e jazz. Troppo lunga la lista!

 

 

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©Andy Magazine 2012. Tutti i diritti riservati.
E' vietato riprodurre anche piccole parti dell'intervista senza l'autorizzazione scritta dell'Editore.

 


Intervista: Vincenzo Violi
Soggetto: Massimo Fanelli
Luogo: Roma
Foto: Stefania D'Ambrosio
Web: fb.ciacteatro

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Commenti  

 
0 # 2012-05-09 23:16
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