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LORENZO BRUNI

Lorenzo Bruni curatore e critico d’arte è il nuovo direttore della Fondazione Binnenkant21 di Amsterdam.

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E’ uno dei tanti creativi che lavorano fuori dai confini nazionali. Lorenzo Bruni è il nuovo direttore artistico della Fondazione Binnenkant21 di Amsterdam, il suo compito è quello di “rendere possibile ai curatori e agli artisti di realizzare le loro idee”…

Ciao Lorenzo, sei stato da poco nominato direttore artistico della neonata Binnekant21 Foundation. Ti va di raccontarci come nasce questa fondazione e come sei arrivato ad Amsterdam?

La Fondazione Binnenkant21 di Amsterdam nasce per volontà di una collezionista di origine olandese, Anka van der Meer che, quando si è trasferita sette anni fa ad Amsterdam nel palazzo storico situato al numero 21 di Binnenkant, ha pensato di ampliare e articolare il suo ruolo di collezionista e amante dell'arte rendendo il luogo un centro d'arte attivo e propulsivo. Binnenkant21 è una fondazione privata con possibilità di compartecipazione di finanziamenti privati e pubblici che punta a creare un apporto concreto nel dibattito internazionale dell’arte contemporanea. Io sono approdato ad Amsterdam per poter rendere praticabile questo intento.

Lo so che può sembrare una domanda ovvia, ma ti va di spiegarci cosa fa esattamente il direttore artistico di una fondazione d'arte contemporanea?


Che tipo di programmazione sarà?

Sarà una ricognizione sui giovani artisti che operano o che passano dai Paesi Bassi e che grazie al loro lavoro permettono di sollevare questioni importanti legate a cosa intendiamo per identità culturale, a come il singolo cittadino reagisce agli spazi di incontro come le piazze delle città e sul come si può realizzare una relazione attiva con il concetto di memoria collettiva e di viaggio.

Perché hai scelto queste tematiche?

Sono certo che sia il modo più immediato per stabilire una relazione tra la Fondazione, il luogo stesso in cui agisce e la domanda su quale debba essere il ruolo dell’arte contemporanea all’interno della nostra società.

La prima mostra?

E’ stata inaugurata ad ottobre (2012) con gli interventi di Rossella Biscotti, Ahmet Ögüt e Andrè Romão.

I prossimi appuntamenti?

Si svolgeranno nella prima settimana di marzo (2013) e nel mese di giugno. La mostra di giugno verrà realizzata in collaborazione con il prestigioso centro d’arte De Appel e punterà a realizzare differenti ‘presenze’ nel quartiere in cui si trovano le due istituzioni. Oltre allo spazio del basement abbiamo già inaugurato altri due progetti: uno è legato allo spazio virtuale della home page del sito web della fondazione e l’altro alla sua facciata. In via del tutto eccezionale questi due progetti sono stati realizzati dagli stessi artisti, studio ++ , un collettivo formato da Vincenzo Fiore, Umberto Daina e Fabio Ciaravella. Il prossimo anno la Fondazione attiverà il progetto di doppie mostre personali al primo piano, in cui artisti giovani e storici rileggeranno alcuni pezzi della collezione, la quale conta un focus importante sugli artisti fluxus tra cui l’italiano Giuseppe Chiari, e un importante gruppo di opere sulla ricerca pittorica, tra cui sono presenti un grosso numero di opere del toscano Fernando Melani. Al secondo piano, invece, sempre il prossimo anno partirà un programma di residenze per giovani artisti e curatori. Quando questa struttura fisica e concettuale, che sto impostando come direttore, sarà collaudata, potrò coinvolgere curatori esterni che possano dare nuovo stimolo e contributi personali all’impostazione generale.

Dal tuo osservatorio privilegiato e da italiano che lavora da anni all'estero e contemporaneamente in Italia... in che stato si trova oggi il sistema dell'arte contemporanea italiano

In questo momento il sistema a livello internazionale è in attesa di una riformulazione radicale, poiché devono essere ripensati le competenze dei singoli elementi della macchina “cultura”. Questa necessità si è presentata da quando il ruolo del pubblico è mutato per merito della diffusione dei mezzi di comunicazione veloce che permettono al singolo di rispondere in tempo reale ai fenomeni e alle notizie del mondo.
L’Italia, in questo processo di ripensamento è avvantaggiata poiché deve riprogettare da zero la relazione tra istituzione e grande pubblico. Dall’altra parte, questo è il grande handicap, deve recuperare trent’anni di disinteresse verso la cultura proprio da parte del grande pubblico. Questo scollamento tra cittadini e cultura è un problema squisitamente politico avvenuto dagli anni Sessanta in poi. Creare un’alternativa è la grande sfida che deve affrontare in futuro il sistema italiano. Mi riferisco al salto di qualità a “livello ufficiale”, ovvero politico. A livello dei contributi di singoli elementi l’Italia ha dimostrato una grande vitalità e una grande prontezza di proposte. Infatti, negli ultimi decenni sono molti gli artisti e i curatori riconosciuti internazionalmente, ma sono ancora di più quelli che all’estero continuano ad animare un dibattito vivo e circostanziato.

Quindi gli operatori culturali devono lavorare solo all'estero?

No. Infatti la vitalità di cui parlavo non deve essere ricercata solo fuori ma basti pensare anche alle tantissime Fondazioni private (come la Nomas Foundation e la Fondazione Giuliani a Roma, o lo Scompiglio a Lucca) e spazi non profit organizzati da artisti (il progetto Lido alla fiera di Torino del 2011 o quello della fiera di Verona del 2012 sono un’archiviazione istantanea interessante) che sono nate per animare le varie province italiane negli ultimi due anni. La nascita di queste nuove realtà, pur in questo periodo di crisi, è però cresciuta di pari passo con la perdita di interesse da parte delle forze politiche che ha portato alla chiusura di centri d'arte come ad esempio la Galleria Civica di Trento, il Museo di Monfalcone, Santa Maria della Scala (già Papesse) a Siena, Ex3 a Firenze, per non parlare del caso del Maxxi di Roma.
Per concludere credo che la situazione in Italia sia di buon livello, soltanto non è organizzata. Solo un coordinamento e l’ufficialità di queste iniziative può garantire alle stesse la continuità e quindi la sicurezza di poter incidere fattivamente a livello socio-culturale.

Ho l’impressione che spesso molte delle opere che si vedono nelle mostre, rassegne e fiere siano in realtà esercizi di stile che poco hanno a che fare con l’evoluzione del linguaggio artistico...

Che ci sia un livellamento di proposta o meglio che non ci sia una differenziazione del tipo di opera realizzata dallo stesso artista rispetto alla destinazione a cui è indirizzata è evidente. Questo livellamento, come ho già detto, però è un problema legato alla necessità di riformulazione del contenitore in generale (destinazione, obbiettivo e soldi per la produzione), più che un problema soltanto legato all’opera. A parte questo dettaglio, tutti i secoli hanno i loro esercizi di stile come ci insegna la storia dell’arte, dal manierismo fiorentino ad oggi. In questo caso l’esercizio di stile che evochi è un esercizio legato non alla forma in sé, ma a quella del concetto. Questo mutamento di prospettive è molto importante da rilevare. Gli artisti attivi adesso sono quelli che si sono ricollegati, già da dieci anni, con il codice linguistico delle sperimentazioni degli anni Sessanta, che a loro volta puntavano sull’idea da condividere più che su una forma da osservare passivamente. Allo stesso tempo hanno recuperato dagli anni Sessanta un immaginario collettivo, come testimoniano le opere basate sulle citazioni di Pier Paolo Pasolini o l’utilizzo di performance ed happening o gli elementi del design.

Mi sembra di capire che ci si rifugia nel passato…

Non proprio. Questi “ready made” della cultura degli anni Sessanta sono stati realizzati dai giovani artisti semplicemente per ripartire da un periodo storico in cui l’utopia concreta del cambiamento era sentita da tutti. Purtroppo questa esigenza di riattivare la memoria collettiva e riflettere sull’eredità del modernismo è divenuta negli ultimi anni un modo per giustificare la ragione stessa dell’opera. In effetti l’esercizio di stile emerge quando l’esigenza di dialogo viene vissuta al pari di una categoria estetica. Questo processo di assorbimento e dissoluzione è lo stesso che ha colpito le installazioni site specific, l’arte politica o l’arte relazionale che erano modalità processuali emerse alla fine degli anni Novanta e poi tramutatesi in stili estetici. Comunque accorgersi che esiste un accademismo di tipo diverso (ovvero concettuale e non formale e con riferimenti al modernismo e non al pop o all’informale diffusosi negli anni Cinquanta e che ancora sopravvive come modello nelle nostre accademie italiane) non è la stessa cosa che dire che tutto è esercizio di stile.

Da critico d'arte, quali sono le caratteristiche che un’opera d'arte deve contenere per essere definita tale?

Da critico dico che le caratteristiche che permettono a “un segno” di definirsi opera d’arte sono legate alla sua capacità di contenere ed evidenziare la relazione delicata che esiste tra come si vede la società in cui è stato prodotto e come vorrebbe essere. Da curatore, invece, un segno diventa opera d’arte quando esprime l’autocoscienza degli strumenti linguistici di quella specifica società.

Ma hanno ancora senso le Accademie di Belle Arti?

Le Accademie dovrebbero avere un ruolo fondamentale solo che non viene compresa e difesa questa esigenza. In realtà lo scollamento tra accademie e il dibattito reale dell’arte contemporanea esiste solo perché viene ancora confuso l’insegnamento dell’arte con una educazione parassitaria basata su modelli dell’artista bohemien inizio Novecento. Queste istituzioni all’estero, nel corso degli anni Novanta, hanno reagito con una “specializzazione esasperata” creando master e strutture che forniscono non un’educazione generalista, ma strumenti pratici come studi in cui lavorare e tutor con cui confrontarsi singolarmente. Le istituzioni italiane che hanno proposto questo tipo di approccio sono state lo Iuav di Venezia, la Naba di Milano e la classe di Alberto Garutti a Brera. Questo non vuol dire che questo modello di professionisti della cultura sia il modello da seguire. Infatti, adesso è evidente che ci vuole un’alternativa anche a questa strada, anche se è stata importante proprio per rendere palese la necessità di un cambiamento. Questo cambiamento della strutturazione e del ruolo e degli obbiettivi che devono proporre le accademie è fondamentale per stabilire una nuova coscienza collettiva su quale ruolo è chiamata e può ricoprire l’arte contemporanea all’interno della nostra società. Casomai dovremmo domandarci se ha senso ancora un certo tipo di sistema di legislazione per l’insegnamento che è totalmente in crisi e che cerca di camuffare le proprie lacune allargando aspettative ma non formandole, come sta accadendo con il caso particolare del concorso per il tfa. Questo concorso dovrebbe abilitare i neolaureati all’insegnamento, ma in realtà gli offre solo un nuovo corso universitario a pagamento.

Dove sta andando l'Arte Contemporanea?

Dove sta andando la società?

Le nuove tecnologie, il web, potranno in qualche modo cambiare l'essenza, la fisionomia che l'opera d'arte ha ancora oggi?

La diffusione tecnologica per lo sviluppo dell’arte è stata fondamentale dagli anni Sessanta, con l’arrivo di internet il singolo cittadino e quindi il pubblico si accorgono di avere un ruolo attivo. Questo nuovo livello di partecipazione ha portato gli artisti a non pensare più l'opera come un qualcosa di eterno che esiste indipendentemente da chi la guarda in quel dato istante, ma a tenere conto delle nuove potenzialità attive che ha a sua disposizione. Il caso di Tino Sehgal, che non produce documentazione, immagini o altro delle sue azioni che esistono solo in quel dato momento o nel racconto di chi le ha vissute in prima persona, è esemplare. Questo artista arriva a tale soluzione per reagire alla condizione in cui il cittadino si trova a osservare i commenti e non i fatti in prima persona; e lo fa portando alle estreme conseguenze le sperimentazioni degli anni Sessanta di artisti come Bruce Nauman o Yves Klein ecc., legate alla smaterializzazione dell'opera in favore del concetto. Allo stesso tempo però permette anche una domanda importante su cosa definiamo oggi opera d'arte e in particolare cosa intendiamo per scultura, per spettacolo teatrale o per performance ed happening. La ricerca artistica di Tino Sehgal non è isolata ma anzi fa parte di un largo numero di artisti attivi dalla metà anni Novanta che hanno scelto non di realizzare delle forme ma dei meccanismi per alzare il livello di attenzione del cittadino rispetto a tutti gli aspetti del quotidiano. Tra gli artisti che qualche anno prima di Tino Sehgal hanno puntato a realizzate opere che non mettevano in mostra la tecnologia che si stava diffondendo sempre più ma l'esigenza di tenere conto della nuova partecipazione e relazione diretta del pubblico attraverso i nuovi canali di comunicazione possiamo citare: Rirkrit Tiravanija, Tobias Reebergher, Pawel Althamer, Nedko Solakov.

Che ruolo ha Amsterdam nel panorama artistico europeo?

Tutte le città possono essere rilevanti in questo momento all'interno del dibattito culturale. Questa è la conquista legata alla diffusione della comunicazione istantanea, che ha portato a rendere evidente che non esistono più dei centri di potere anche perché non esistono più dei centri economici fissi come poteva essere durante la guerra fredda che vedeva nella città di NY, dove uno doveva trovarsi perché era li che succedevano le cose. Detto questo ogni città ha la sua caratteristica. Amsterdam è in un momento molto particolare della sua identità perché fino ad adesso il sistema olandese si è basato su finanziamenti pubblici che hanno permesso agli artisti di tutto il mondo di vivere ad Amsterdam semplicemente presentando un progetto come ricercatori. Il collezionismo rilevante non è mai stato di tipo privato e il motivo per trasferirsi ad Amsterdam da parte degli artisti era legato alle accademie come la Rijksakademie, The Athelier o il Sandberg Instituut che sono delle strutture dedite alla formazione post laurea e che forniscono degli studi per lavorare per uno o due anni. Proprio questo tipo di strutture ha permesso negli ultimi anni un rinnovo importante del panorama dei giovani artisti che ha portato alla diffusione di gallerie giovani non più legate al collezionismo locale ma proiettate a quello internazionale grazie alle fiere d’arte. La recente chiusura dei finanziamenti pubblici in Olanda ha portato molto caos e sconforto, ma certamente obbligherà tutti gli operatori presenti ed attivi a mettersi in gioco dialogando con il presente. Per questo motivo il momento di trasformazione psicologica che sta attraversando Amsterdam con l’abbandono di quel sistema molto rigido è estremamente entusiasmante dal punto di vista dell’arte contemporanea.

L'ultima mostra che hai visto?

E’ una mostra collettiva dal titolo “The Future that Was”curata da un artista olandese che si chiama Gabriel Lester. La mostra si è da poco inaugurata allo Smart Project Space che adesso si chiama Nasa dopo l’effetto causato dal taglio dei finanziamenti, che ha costretto molti istituzioni a unirsi per sopravvivere. Lo spazio è rimasto nella sede di un palazzo a mattoni rossi, sede di una scuola, dell’inizio del Novecento.

Ci dai una definizione di creatività?

Creatività: Croce e delizia del Novecento.
Rispetto al concetto di creatività mi viene in mente Giuseppe Chiari, che ripensando alla definizione di Joseph Beuys : “Ogni uomo è un artista”, ci teneva a precisare che l’artista tedesco intendeva dire che tutti sono creativi e quindi che tutti possono vedere e discutere ed alimentare questa cosa che chiamiamo arte contemporanea, ma che non tutti possono farla.

Cosa contiene il tuo lettore mp3?

Dieci giorni di musica, podcast vari e video di artisti mentre realizzano performance musicali come Carsten Nicolai, Aroun Mirza, Tarek Atoui e Martin Creed che suona con la sua band e la band improvvisata da Paolo Parisi, Massimo Bartolini, Simone Crispino che hanno suonato per il matrimonio di Mario Airò.

L’ultimo libro che hai acquistato?

L'ultima parte del nuovo romanzo di Murakami.

Ti va di consigliarci 3 artisti italiani da intervistare?

Datemi il motivo per cui volete intervistarli e vi darò tre nomi, altrimenti tutti potrebbero andare bene e la lista è lunga. In quel caso farei prima a dirvi chi non intervistare.

Tre artisti che non abbiamo superato i 30 anni di età e che siano in grado di competere sulla scena internazionale pur non avendo raggiunto un’importante visibilità.

In questo caso posso suggerire Matteo Rubbi, Francesca Banchelli, Studio ++.

 

 

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Intervista: Vincenzo Violi
Soggetto: Lorenzo Bruni
Luogo: Amsterdam
Foto: ...
Web: www.binnenkant.org

 

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