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JACK SAL

Jack Sal artista post minimalista. Le sue opere evidenziano il complesso rapporto tra passato e presente, tra realtà e storia.

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Artista postminimalista e concettuale tenta di comunicare pensieri che non si possono esprimere solo con le immagini o con le parole. Le sue opere sono basate sulla presentazione (e non più rappresentazione) di processi, di idee e materiali con cui spingere il pensiero nella direzione dell'intuizione e della coscienza per superare l’autoreferenzialità dell’arte concettuale. Nel lavoro di Jack Sal c'è l'implicito gravitare di una storia mai rimossa, la ricerca incessante del senso, il complesso rapporto tra passato e presente, tra realtà e storia. Il suo lavoro non è neutrale, anzi mira a non esserlo seguendo un progetto che tende alla fusione tra arte e vita.
Nato negli Stati Uniti da una famiglia di origine ebraica, viene a conoscenza delle drammatiche vicende dell'Olocausto e del coinvolgimento della sua famiglia, scampata miracolosamente all'eccidio. Questo fatto condizionerà almeno in parte il suo futuro lavoro di artista. Se per Jack Sal non è possibile trovare immagini adeguate, se il bagaglio figurativo gli appare scontato, forse preferisce scegliere il silenzio, l'intervento minimo, non urlato, come il silenzio che ci colpisce quando non ci sono parole con un senso di orribile bellezza. E' in questa sospensione del tempo e dello spazio che nasce il suo linguaggio minimale in cui tutto è ricondotto all'essenzialità, con quella differenza minima che basta a disarticolare l'ordine e a produrre il nuovo, il significato.
Se il mondo nelle sue crisi di follia distrugge i valori della civiltà, l'artista deve crearne e accumularne altri: l'umanità se ne servirà per riprendersi dalle batoste della storia. L'arte conserva la memoria e reintegra la verità nascosta, la fa emergere. Dunque anche per Jack Sal mutano gli eventi ma le grandi strutture del sistema non possono mutare. E l'arte è una delle componenti del sistema, la più stabile. Attraverso l'arte si è assunto la responsabilità di erigere un santuario improbabile, ma non impossibile in cui si svela il mistero della forma, l'altra faccia della verità. C'è un senso di estrema e sofferta partecipazione nel dramma di un intero popolo che egli rintraccia a partire da Weber Platz, Monaco, la casa dove i suoi genitori hanno vissuto prima di emigrare negli Stati Uniti nel 1949; a Kielce, in Polonia, altro luogo cruciale di un evento drammatico avvenuto quando la guerra era già conclusa e a Gleisdorf, in Austria, dove si è consumato un ennesimo e inutile sacrificio. Più che affrontare e sperimentare nuovi modi di espressione e comunicazione ha purificato e raffinato un patrimonio linguistico comune. Quando crea White/Wash, il monumento alla memoria dei 48 ebrei trucidati a Kielce, usa dei blocchi di cemento che devono essere rinnovati ogni anno con una mano di calce che deve essere data non dall'artista ma dalla città stessa, proprio perché la memoria venga tenuta viva e non cancellata. Nel gesto che si rinnova di continuo c'è il riproporsi del rito a cui si contrappone l'atto di nascondere la realtà, la sua implicita necessità di tornare alla coscienza. Nel corso del tempo ogni cosa riaffiora come nei suoi lavori più recenti, in cui le linee di colore emergono lungo il binario di un nastro bianco di seta che si srotola sulla superficie. Come la verità che si trova nel vivo delle cose, in un atto estetico puro che viene raggiunto con un accordo di colore: blu, rosso o giallo, come una nota che si estende su un silenzio troppo grande.

E’ venuto prima il bisogno di essere artista e di esprimersi attraverso il linguaggio dell’arte, o la necessità di raccontare e tenere viva la memoria di fatti così drammatici e quindi qualsiasi altra forma sarebbe andata bene?

Ovviamente io sono un artista. L’attività artistica è stata un’esigenza primaria per me e adesso è anche più importante. Il soggetto della memoria e della storia che ha coinvolto anche la mia famiglia è solo una parte della mia opera. Senza arte non c’è la possibilità di fare un lavoro su questa memoria.

Il tuo lavoro è minimalista e concettuale. Il percorso inizia con la fotografia per approdare al disegno in cui usi la tecnica di azione/re/azione, in che cosa consiste?

Veramente fotografia e disegno sono due opere, due metodi paralleli. Ho sempre lavorato anche al di fuori della fotografia. E’ vero soprattutto per l’idea parallela di tempo e spazio. Con la tecnica di azione/re/azione sul nastro di seta, il tempo è stato annotato con l’azione e reazione del materiale esteso con la fotografia astratta. Questo significa non usare il materiale di per sé , per il suo valore estetico, ma usarlo per il suo significato concettuale. Come strumento adeguato allo scopo.

Installazione, video e performance. Sono molteplici i mezzi che hai usato per esprimere le tue idee. C’è la necessità di mettere alla prova il pubblico emotivamente e anche mentalmente?

L’arte che si esprime in concetti richiede al pubblico una partecipazione più attenta, gli spettatori sono messi alla prova non più solo emotivamente ma psicologicamente attraverso l’emozione. L’attività mentale e concettuale è l’aspetto più profondo dell’arte perché questo apre all’emozione.

Ritieni che un artista abbia anche una responsabilità etica in ciò che fa?

Certamente l’etica o la morale fanno parte della responsabilità dell’artista nel fare il suo lavoro. La responsabilità investe tutti i livelli. Per evitare che l’arte sia un prodotto, l’artista concettuale deve creare non un’opera che sia un bene di scambio ma un’invenzione che sia una spinta per il pensiero.

Come molti stranieri e tra loro tanti sono artisti, anche tu ami l’Italia e la sua qualità della vita, hai scelto di soggiornare, di frequente Roma e Todi. Ma il tuo atteggiamento nei confronti della responsabilità degli italiani nella persecuzione degli ebrei durante il fascismo è piuttosto critico. Come mai?

Una parte del paese non rappresenta la sua totalità. Politicamente il fascismo e ciò che ha rappresentato sono un fatto molto grave. E’ anche grave la mancanza di responsabilità degli italiani nel denunciare questa complicità. Io non lo vedo come un atteggiamento che è in conflitto. Invece vedo con occhi ben aperti e amo l’Italia per quello che è, un’Italia vera, non l’idea romantica di un Italia bella e perfetta e degli italiani brava gente.

Hai vissuto nei luoghi più diversi. E’ difficile ripercorrere una mappa geografica che sia anche un tracciato dell’anima. La fuga e l’emigrazione avvengono attraverso traiettorie che ti portano sempre più lontano. C’è un paese in cui ti è sembrato più possibile l’inserimento?

Sì c’è: è il paese dell’arte. In arte tutto il movimento è alla base del linguaggio e esprime la cultura dei diversi luoghi, il suo sapere, la conoscenza. Alla fine un paese è come la personalità, uno ci può costruire sopra l’esperienza e allora non esiste un’esperienza più importante delle altre ma ad essere più importante di tutto è il prodotto dell’esperienza. Io mi sento americano ma non mi sento legato a certe cose. Sono molto più vicino alla posizione dell’arte americana del secolo passato, con tutti i suoi cambiamenti e le sue innovazioni. Oggi nel bene o nel male viviamo in un mondo di interrelazioni in cui non c’è più una cultura specifica che domina. C’è piuttosto uno scambio di punti di vista, una comunicazione tra culture diverse che dà vita a un linguaggio dell’arte in cui esse convivono.

Il tempo, lo spazio, la memoria … nel tuo lavoro le dimensioni interagiscono. Quanto è importante il ruolo del caso?

La casualità è importante per quello che ci fa capire. Il caso crea, ricostruisce una struttura in cui i punti si possono collegare tra loro. Un esempio di questo è il mio lavoro sui deportati italiani “De/Portees”, realizzato in occasione della Giornata della Memoria 2010 dall’Istituto Italiano di Cultura di New York, in collaborazione con il Centro Primo Levi New York, che ha avuto come tappe successive Roma, Kyoto e prossimamente Bologna. Il progetto consiste in un elenco presentato in tre modi diversi: l’elenco dei campi, l’elenco dei deportati e quello dei luoghi dove sono stati arrestati. La semplice enunciazione di luoghi e nomi può far pensare a un elenco turistico, un arresto può sembrare un incidente fin che non ti accorgi che è successo proprio sotto casa. Grazie alla ricerca degli storici è stato possibile ricostruire questo elenco che comprende almeno un centinaio di luoghi di raccolta per i prigionieri. Non si trattava di veri e propri campi di sterminio ma la loro destinazione era Auschwitz e questa mappa dimostra che il segno della storia è passato ovunque in Italia. La disinformazione ha fatto sì che non passassero alla storia ma ora sono tornati alla memoria capiamo che non è un segreto ma è stato nascosto. In questo progetto il concetto che ho usato è stato quello di attenermi ai fatti e di portare alla luce questi dati nascosti

Qual è il tuo rapporto con la tecnologia?

Uso la tecnologia quando è necessaria, quando è finalizzata al progetto. Può servirmi per la ricerca, per raccogliere la documentazione o quando è il mezzo più adatto per presentare l’opera. Nel caso di De/Portees ho usato il video per registrare la lettura degli elenchi dei deportati, dei campi e dei luoghi dell’arresto. La durata della lettura coincide con la durata del video, serve a dare anche un’ idea della quantità di persone deportate con un effetto più coinvolgente della semplice lettura di un elenco. La tecnologia è la possibilità di conservare questa traccia, la cultura non è altro che una traccia della nostra umanità.

C’è qualcos’altro di cui vuoi parlare in questa intervista, un accenno ai tuoi futuri progetti?

No, ogni progetto è già di per sé il futuro e io quando lavoro, lavoro. Non mi interessa pubblicizzarmi in questo modo, mi interessa più focalizzare la mia mente su progetti concreti.

 

 

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Intervista: Maya Pacifico
Soggetto: Jack Sal
Luogo: Roma
Foto: Ernesto Tedeschi
Web: www.jacksal.com

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